
Salvatore Cuffaro è stato riconosciuto colpevole di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e violazione del segreto istruttorio nel processo “Talpe alla DDA”, ed è stato tradotto in carcere, in attesa degli sviluppi sull’ulteriore imputazione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Una sentenza che nei termini e nei tempi in cui perviene rappresenta un evento fausto per la Giustizia, ma anche l’occasione per una necessaria riflessione per la politica siciliana e nazionale che sino all’altro ieri vedeva Cuffaro influire con rilevanza elettorale sulle determinazioni del Parlamento.
Il cuffarismo, come nelle più tragiche cronache di mafia, poteva dunque contare sulla collusione di soggetti di ogni contesto per mantenere il proprio equilibrio al riparo dalla Legge, e dentro il faraonico malaffare della sanità regionale – radicatosi in oltre un decennio di consensi e zone grigie clientelari analoghe alla pandemia berlusconiana.
Sono inoltre stati necessari sette anni per confermare un verdetto che non riguarda solo l’ex governatore, ma ribadisce anche condanne per tutti gli altri imputati: l’epilogo giudiziario di un vero e proprio sistema di potere che ha offeso non solo la legalità e le Istituzioni, ma la stessa società siciliana.
Se da più parti si attribuisce a Cuffaro di aver espresso formale contegno, non andrebbe dimenticato che la sentenza arriva dopo tre gradi di giudizio che ne hanno dimostrato la colpevolezza in modo inequivocabile, e che nelle ore successive egli ha ulteriormente asserito di non meritare la condanna.
Aldilà delle facili apparenze e delle responsabilità politiche, quindi, è opportuno osservare che le radici del sistema cuffariano sono ancora in piedi e puntellano tuttora le vicende del berlusconismo in una Sicilia che durante le amministrazioni Cuffaro ha statisticamente moltiplicato i suoi problemi, e che oggi evidenzia un ancor più urgente bisogno di risposte alle proprie istanze.
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